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brighella
Servo di origine bergamasca, insolente e astuto. Brighella non fa solo il servo come Arlecchino, ma un'infinità di altri mestieri, più o meno leciti ed onesti. Così si ritrova sempre in mezzo a svariati intrighi.
Come viene raffigurato: La giacca e i pantaloni sono decorati di galloni verdi; ha le scarpe nere con i pon pon verdi.
Il mantello è bianco con due strisce verdi, la maschera e il cappello sono neri.
Brighella Son Brighella, attaccabrighe. Ho la casacca con le righe righe verdi ed alamari sempre le tasche senza denari mangio molto, non spendo mai niente soldi e niente guai!

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ArlecchinoOriginario di Bergamo, rappresentò nel teatro del 1550 la maschera del servo apparentemente sciocco, ma in realtà dotato di molto buon senso.
Ghiotto, sempre pieno di debiti ed opportunista, rappresenta il simbolo di colui che si adatta a qualunque situazione ed è disposto a servire chiunque, pur di ricavarne dei vantaggi.
Alle sue prime apparizioni indossava un abito bianco, che divenne poi di tutti i colori a forza di rattopparlo. Alla cintura porta infilato il "batocio" (bastone) e la "scarsela" (borsa), sempre vuota. Sul viso una mezza maschera nera e sulla testa un grande cappello.
Il vestito di Arlecchino
Stan le allegre mascherine strette attorno alla lor mamma ch'e davvero molto stanca: da più giorni taglia e cuce cuce e taglia senza posa variopinti costumini per Gianduia e Meneghino Pulcinella e Pantalone Stenterello e Rugantino ma pel povero Arlecchino nulla ancor ha preparato.. E domani Carnevale: tutte insiem le mascherine dovran vispe folleggiare; e lei, povera mammina, cerca e fruga dappertutto fruga e cerca sempre invano. Cassettoni ha ribaltato armadietti e cassapanche, neppur l'ombra di una pezza per il povero Arlecchino le riesce di trovare... Ma un'idea meravigliosa le balena all'improvviso: coi ritagli avanzati degli altri vestitini tutto a scacchi un abituccio potrà ancora preparare. Mezzanotte è già suonata, ma felice veglia ancora quella mamma industriosa, ché il più allegro dei vestiti! Arlecchin potrà indossare
G. Martinelli

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Pantalone
Impersona un vecchio mercante veneziano avaro e brontolone. Il suo vestito è ben conosciuto: giubbetto rosso stretto alla cintura, calzoni e calze attillate, uno zimarrone nero sulle spalle, scarpettine gialle con la punta all'insù.
Crede solo nel denaro e nel commercio: autoritario e bizzarro è però facilmente raggirato dalla moglie e dalle figlie.

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Colombina
L'unica maschera femminile ad imporsi in mezzo a tanti personaggi maschili è Colombina, briosa e furba servetta.
E' vivace, graziosa, bugiarda e parla veneziano. E' molto affezionata alla sua signora, altrettanto giovane e graziosa, Rosaura, e pur di renderla felice è disposta a combinare imbrogli su imbrogli.
Con i padroni vecchi e brontoloni va poco d'accordo e schiaffeggia senza misericordia chi osa importunarla mancandole di rispetto.
Abitualmente non porta la maschera e indossa un abito bianco completato da un grembiule verde e un piccolo berretto.
Colombina Vestito bianco ho di bucato verde il grembiule come un prato. Dalla cuffietta di tutti i colori i riccioli scappano fuori.

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Gianduia
a più importante maschera piemontese è nata
nel 1798.
Gianduja è un galantuomo allegro, con buon senso e coraggio che ama il buon vino e la buona tavola; è il personaggio popolare simpaticamente presente in tante manifestazioni torinesi con la faccia rubizza, vestito con brache di fustagno, in testa un tricorno con un codino rivolto all'insù, sulla cui punta spicca un nastrino rosso.
Gianduia Giacca marrone, panciotto giallo porto i colori del pappagallo; calzoni verdi, calzette rosse, col vino mi curo tonsille e tosse. Naso paonazzo, cappello tricorno son Gianduia perdigiorno. Se non vi basta il cappellino c'è la parrucca col codino.

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Meneghino
Milanese. Personifica la maschera che risponde, sempre pronto, alle domande spiritose.
Questa maschera è nata alla fine del Seicento. Il suo abito è semplice: una casacca orlata verde, pantaloni marroni e calze a strisce bianche e rosse. Porta il tricorno, un cappello con tre punte, la parrucca con un codino, la giacca lunga rossiccia e marrone, i calzoni verdi che arrivano fin sotto il gionocchio e le calze a righe rosse e bianche. Sotto la giacca indossa una camicia gialla con ai bordi del pizzo e un fazzoletto intorno al collo. Le scarpe sono marroni, della forma di una volta, con fibbia davanti. In mano porta un ombrellino. Il suo vero nome è Domenico, mentre il diminutivo è "Domeneghin".Territo nei suoi discorsi senza spaventarsi delle delle colossali baggianate che dice.

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Mamuthones
mascheramento dei mamuthones consiste in pelli nere di pecora indossate sopra il consueto abito di velluto marrone. Sulle spalle di ogni uomo vengono legate serie di campanacci di diversa grandezza dal peso totale di circa venticinque/trenta chili, disposti con un ordine prestabilitoin modo che i due più grandi si trovino all'altezza delle spalle. Sul ventre vengono legati campanacci più piccoli.
Il volto viene nascosto da una maschera di legno nero, sa bisera e un fazzoletto marrone annodato sotto il mento. La maschera è ricavata da legno di fico, di colore nero, intagliata in un'espressione triste.
La vestizione delle maschere avviene in una cantina ed ogni Mamuthone è aiutato da parenti ed amici. Il gruppo è sempre compostoda diciotto uomini, dodici Mamuthones e sei Issohadores.
Gli issohadores vestono una giubba di panno rosso sopra la quale, di traverso una cintura con sonagli di ottone e di bronzo; calzoni di tela bianchi o di velluto scuro; uno scialletto cinge i fianchi; sul capo sa beritta che è tenuta da un fazzoletto multicolore arrotolato e annodato sopra il copricapo; tengono in mano sa soha, una correggia che si usava per prendere al laccio gli animali, da cui deriva il loro nome.

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Stenterello
Dal naso prominente, Stenterello è il tipico personaggio fiorentino chiacchierone, pauroso ed impulsivo; ma anche saggio, ingegnoso e pronto a schierarsi dalla parte del più debole, anche se la tremarella gli mette spesso i bastoni tra le ruote: ed è in questo contrasto il fulcro della comicità.
Assieme alla risposta pronta, ha sempre battute pungenti, espresse in vernacolo fiorentino. In esso è raffigurato il popolano fiorentino, di bassa estrazione, il quale oppresso da avversità ed ingiustizie, ha in se sempre la forza di ridere e scherzare.

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Balanzone
Bolognese. E' la maschera che parla più di tutte.
Il dottor Balanzone espone le sue idee e i suoi consigli, ricorrendo a un diluvio di parole, piene di sentenze latine, di proverbi sgangherati nella grammatica e nella sintassi, ma pomposi, imponenti, tali da far restare a bocca aperta. Procede imperterrito nei suoi discorsi senza spaventarsi delle delle colossali baggianate che dice.
Veste pantaloni e camicia nera, guarnita di un colletto bianco. In testa ha un feltro a larghe tese, nero. Alla cintura un pugnale o un fazzoletto, e sottobraccio un librone.

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Pulcinella
Figura buffa e goffa; un gran naso, mascherina nera, gobba, cappello a punta, camiciotto e pantaloni bianchi.
E' una delle maschere italiane più popolari. Probabilmente originario di Napoli: anche il suo nome sembra che derivi dal napoletano "polece" (pulce). E' una figura essenzialmente popolare.
Impertinente, pazzerello, chiacchierone, è la personificazione del dolce far niente. Le sue più grandi aspirazioni sono il mangiare e bere.
Pur essendo spesso fatto oggetto di pesanti bastonate, egli riesce simpatico anche ai potenti che prende in giro e inganna con amabile furbizia.

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Filastrocche e Poesie
La Leggenda
del Costume di Arlecchino
C'era una
volta un bambino, chiamato Arlecchino, molto povero che viveva con la sua mamma
in una misera casetta.
Arlecchino andava a scuola e, per carnevale, la maestra organizzò una bella
festa e propose a tutti i bambini della scuola di vestirsi in maschera.
I bambini accolsero l'idea con molto entusiasmo, parlavano dei loro vestiti
coloratissimi e bellissimi.
Soltanto Arlecchino, solo, in disparte,non partecipava all'entusiasmo generale;
zitto, zitto, in un angolíno, sapeva che la sua mamma era povera e non avrebbe
mai potuto comprargli un costume per quell'occasione!
Ma agli altri bimbi dispiacque vedere Arlecchino tanto triste, così ciascuno di
loro decise di portare alla sua mamma un pezzetto di stoffa avanzata dai loro
costumi colorati. La mamma lavorò tutta la notte, cucì fra loro tutti i pezzi
diversi e ne fece un abito. Al mattino Arlecchino trovò un bellissimo abito di
tanti colori diversi. Cosi, alla festa della scuola fu proprio lui la maschera
più bella e più festeggiata... e tutto questo grazie all'aiuto che i suoi
compagni gli avevano dato.
Così, la leggenda ci racconta, nacque il costume di Arlecchino.
Carnevale
Che
fracasso!
Che sconquasso!
Che schiamazzo,
mondo pazzo!
E’ arrivato Carnevale
buffo e pazzo,
con le belle mascherine,
che con fischi, frizzi e lazzi,
con schiamazzi,
con sollazzi,
con svolazzi di sottane
e di vecchie palandrane,
fanno tutti divertir. Viva, viva Carnevale,
che fischiando,
saltellando,
tintinnando,
viene innanzi e non fa male;
con i sacchi pieni zeppi
di coriandoli e confetti,
di burlette e di sberleffi,
di dispetti,
di vestiti a fogge strane,
di lucenti durlindane,
di suonate, di ballate,
di graziose cavatine,
di trovate birichine!
Brighella
Son
Brighella, attaccabrighe.
Ho la casacca con le righe,
righe verdi ed alamari,
sempre le tasche senza denari.
Mangio molto, non spendo mai:
niente soldi e niente guai!
La canzone
delle mascherine
Un saluto,
a tutti voi;
dite un po’ chi siamo noi?
Ci guardate e poi ridete?
Oh! mai più ci conoscete!
Noi scherziam senza far male,
Viva, viva il Carnevale!
Siamo vispe mascherine,
Arlecchini e Colombine,
diavolini, follettini,
marinai
bei ciociari
comarelle
vecchierelle:
noi scherziam senza far male,
viva, viva il Carnevale!
Vi doniamo un bel confetto,
uno scherzo, un sorrisetto;
poi balliamo
poi scappiamo.
Voi chiedete:
Ma chi siete?
Su pensate,
indovinate.
Siamo vispe mascherine,
Arlecchini e Colombine,
diavolini, follettini,
marinai
bei ciociari
comarelle
vecchierelle:
noi scherziam senza far male,
viva, viva il Carnevale!
Colombina
Vestito
bianco
ho di bucato,
verde il grembiule
come un prato.
Dalla cuffietta
di tutti i colori
i riccioli
scappano fuori.
Carnevale
E’ tornato
Carnevale.
Per la strada, tra un inchino
e una buffa riverenza,
vanno allegri un Arlecchino,
Colombina, Pantalone,
Corallina, Balanzone,
e Rosaura con Brighella
a braccetto a Pulcinella.
"Fo’ l’inchino......Serva sua"
"E io fo’ la riverenza, Eccellenza....!"
E giù risa, scherzi, grida e schiamazzi
di fanciulli e di ragazzi
I
Burattini
Son di
legno, son piccini,
colorati i vestitini;
sempre buoni e obbedienti,
svegli, allegri e sorridenti:
son delizia dei bambini.
che invenzione i burattini!
Quando alcun non li molesta,
dormon tutti in una cesta:
se ne stanno in compagnia
tutti, in pace ed armonia,
come tanti fratellini.
che gioia i burattini!
Pulcinella ed Arlecchino,
Stenterello e Meneghino,
con Brighella e Pantalone,
Colombina e Balanzone,
fanno ridere i bambini.
Viva, viva i burattini!
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IL CARNEVALE
La parola deriva forse dal latino carrus navalis o dal
latino tardo carnem levare, tagliare la carne della dieta (in
osservazione al divieto cattolico di mangiare carne durante la Quaresima) ; dal
latino medievale carnem laxare , "lasciare la carne" , derivò anche la
forma "carnasciale",da cui il termine letterario quattrocentesco canti
carnevaleschi.
Pur non avendo il carnevale nessun collegamento con la liturgia cristiana,
essendo un residuo di istituzioni pagane,tradizionalmente coincide con i giorni
precedenti alla Quaresima. Nell' Europa meridionale comincia la domenica
precedente il Mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima e finisce il
martedì successivo, detto martedì grasso (dall'uso di consumare un pasto a base
di carne e grassi prima della dieta di magro della Quaresima).
I festeggiamenti hanno origine molto remota e si ricollegano ad antichi riti
pagani.
Una forma di Carnevale esisteva nella Roma pagana: era la festa di Saturno. per
l'occasione venivano organizzati cortei al suono di strumenti molto rumorosi,
con la partecipazione del popolo che si riversava nelle strade e nelle campagne
e si ingozzava a più non posso di cibi e di vino. La maschera, attualmente segno
di beffa di trasgressione e di divertimento, nella civiltà precristiane era
considerata strumento atto a conferire a chi la indossava un potere
sovrannaturale o la forza degli animali sacri.
Solo inseguito all' avvento del cristianesimo i riti del Carnevale persero l'
originario carattere magico-rituale per diventare semplice occasione di
divertimento popolare e simbolica affermazione dell' ordine del mondo.
Il desiderio di far baldoria almeno una volta l'anno è sempre stato vivo
nell'uomo, e così, a poco a poco, sia pure senza gli eccessi di prima, il
Carnevale rifiorì.

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Il
carnevale in Italia

IL CARNEVALE DI ROMA
In Italia la
tradizione del Carnevale ha un primato indiscutibile. Il Carnevale di Roma
gareggiava con quello di Venezia per grandiosità pittoresca e per sovrana
eleganza. Essi hanno ispirato innumerevoli poeti ed artisti che ne hanno fissato
immagini d’abbagliante splendore. Il Carnevale romano ebbe il suo grande momento
sotto il pontificato di Papa Paolo II (1466), il quale volle rimettere in auge
le corse che erano tanta parte delle feste di Monte Testaccio e del Circeo
agonale. Inoltre, ordinò artistiche mascherate organizzandole egli stesso e
sostenendone signorilmente le spese.
Caratteristica del Carnevale romano fu, per molto tempo, la famosa “Corsa dei
barbari”, tanto cara alla popolazione. Partivano i cavalli da Piazza del
Popolo e, a corsa sfrenata, attraversano la via Lata (il Corso) e venivano
fermati in piazza Venezia. Vi prendevano parte i più rinomati cavalli da corsa,
i cui proprietari, patrizi della più alta nobiltà, della vittoria dei loro
cavalli si facevano un merito morale superiore al premio dei palii assegnati.
L’acclamazione d’un vittorioso barbero (di Barberia) d’un principe, significava
infatti, molto spesso, dimostrazione di attaccamento alla Casa principesca.
La sera dell’ultimo giorno di Carnevale, le strade di Roma offrivano lo
spettacolo d’un agitato mare di fiammelle. Ogniuno reggeva un moccolotto e
cercava di spegnere quello del vicino, difendendo il proprio. La folla coi
moccolotti rappresentava burlescamente il corteo funebre del Carnevale defunto,
il cui simulacro veniva arso in piazza del Popolo.
IL CARNEVALE DI IVREA

Il
Carnevale di Ivrea è una
rappresentazione storica
vecchia di quasi duecento anni, che si catterizza
per il grande
coinvolgimento emotivo
offerto ogni anno dall’ intera città agli occhi dei visitatori.
In quei giorni, gli Eporediesi diventano
padroni della città raccogliendosi attorno ai protagonisti della
manifestazione- la Mugnaia e il Generale- e a loro seguito, e dando vita a quell’ affascinante ed unico spettacolo che è la BATTAGLIA delle ARANCE. La vicenda da cui questa festa di popolo
trae origine, risale al 1600, quando i vari rioni della città
festeggiavano ognuno per conto proprio il Carnevale, con feste animate da
un accesa rivalità, che sfociavano spesso in violenti scontri. Agli inizi
dell’ ottocento il governo napoleonico, sotto il quale era venuta a
trovarsi Ivrea, impose di unificare i vari Carnevali rionali in un’unica
festa, per mitigare lo spirito acceso degli Eporediesi.
Fu inoltre consentito a un cittadino
Eporediese di vestire i panni di Generale del esercito napoleonico e
circondarsi di aiutanti di campo e di ufficiali di stato maggiore, di
ispirazione bonopartista.
A quest’ epoca risale anche l’ obbligo
per tutti di indossare il berretto frigio del caratteristico colore rosso,
simbolo della rivoluzione francese. Ma lo spirito di libertà degli
Eporediesi è in realtà ancora più antico: già nel 1194 essi insorsero
contro il conte Ranieri di Biandrate, posto al governo della città da
Federico Barbarossa. Si narra che, secondo l’usanza del tempo il tiranno
pretendesse di esercitare lo “jus primae noctis”, ovvero di passare con le
spose la prima notte di nozze. Questa sorte toccò anche a Violetta la
bella figlia di un mugnaio, che riuscì però a ribellarsi alle pretese del
signore mozzandogli la testa con un pugnale nascosto sotto la veste
nuziale. Mostrando la testa del tiranno al popolo degli Eporediesi,
raccolto sotto gli spalti dell’antico Castellazzo, la mugnaia scatenò una
rivolta popolare che portò alla distruzione del castello.
IL CARNEVALE DI VENEZIA

Festa che si ripete ogni anno in
occasione del Carnevale a Venezia. La sua origine risale probabilmente ai
festeggiamenti indetti nel 1662 per la vittoria del doge di Venezia sui
patriarca di Aquileia.
Il Carnevale veniva inizialmente
celebrato il solo giovedì grasso, con gare, fuochi d’artificio, giochi e
spettacoli ai quali partecipava tutta la popolazione. Nel settecento i
nobili si camuffavano con la bauta, una mantellina nera di velluto o seta
con cappuccio, alla quale era fissata una maschera a coprire anche il
volto; i diversi quartieri della città elaboravano maschere o costumi
propri, così come le varie corporazioni di mestiere. Con il tempo, la
dimensione spettacolare e di divertimento collettivo del Carnevale prese
il sopravvento sul valore simbolico della festa, che doveva rappresentare
l’ultimo tripudio di gioia e sfrenatezza prima del periodo di penitenza
della Quaresima. Nello scenario suggestivo del Canal Grande popolo ed
aristocratici familiarizzavano e passavano la notte cantando e bevendo
allegramente. Centinaia di gondole illuminate scivolavano sulle acque
della laguna creando uno spettacolo fantastico.
Nel 1981 è stata realizzata la fusione
tra l’immagine del Carnevale e quella del teatro, rievocando riti
medioevali e addirittura festività precristiane. Fino ad allora il
Carnevale di Venezia era stato simile a quello di altre città italiane,
lasciando a testi e a vecchie fotografie la tradizione dei secoli d’oro
della Serenissima.
A mano a mano il Carnevale ha assunto
una veste tutta sua, sicuramente di grande suggestività e fascino. Il
merito va alle maschere,i fantasmi di oro e seta che si agirano per calli
e campielli dando vita ad un vero e proprio stile nel travestimento
carnevalesco in cui si fondono Medioevo, Rinascimento e settecento
veneziano.
IL CARNEVALE DI VIAREGGIO

Il Carnevale di Viareggio nacque nel
1873, quando ad alcuni “signori” del luogo venne in mente di organizzare
una domenica diversa, realizzando un
corteo di carrozze addobbate con fiori che andavano su e giù per la Via
Regia, strada principale della città. In quell’occasione fu organizzata
anche una mascherata di protesta dei cittadini, costretti a pagare troppe
tasse, e fu preso in giro proprio il capo degli esattori comunali.
La sfilata piacque molto sia ai promotori
che ai cittadini e nacque così l’idea di realizzare ogni anno dei carri
che interpretassero umori e malumori della gente.
Viareggio da allora è diventata la patria
del Carnevale italiano, con i suoi corsi mascherati caratterizzati da
carri allegorici in cartapesta: delle vere opere d’arte alla cui
realizzazione i carristi viareggini dedicano un intero anno. Non c’è
politico, uomo di coltura o di spettacolo di ogni parte del mondo che non
sia stato preso di mira, divenendo il protagonista di uno quei carri che
sembrano prendere vita durante la sfilata, muovendo le braccia, aprendo la
bocca non tanto gli occhi. Su ognuno di essi trovano posto anche ragazzi
e bambini che lanciano coriandoli e stelle filanti agli spettatori
divertiti.
Durante tutto il periodo vengono
organizzate anche feste mascherate nei diversi rioni della città e
numerose manifestazioni di spettacolo, sport e cultura.
IL CARNEVALE DI
PUTIGNANO

Siamo a Putignano, in Puglia: qui il
Carnevale, oltre ad essere legato ad una serie di corsi mascherati con
carri allegorici in cartapesta realizzati, secondo una consolidata
tradizione da abilissimi artigiani del luogo, è caratterizzato da alcuni
riti di origine popolare.
Il Carnevale ha inizio il 26 dicembre con
la Festa delle Propaggini (lunghi tralci di vite che vengono interrati per
la parte inferiore), rassegnava di umorismo e satira in versi e strofe,
ispirati a fatti e personaggi della città le cui origini, di carattere
religioso, sono antichissime. Uno dei riti più antichi è lo “Ndondaro”,
rumoroso corteo di gente vestita da contadino, guerriero o altrimenti, che
percorre le vie della città cantando e suonando strumenti improvvisati.
“Ndondaro” è un termine dialettale legato al movimento dell’altalena.
Nel pomeriggio del lunedì grasso si
svolge l’estrema unzione del Carnevale, parodia di un vero e proprio rito
liturgico, con tanto di chierichetti e di preti.
Nel pomeriggio del martedì grasso si può
assistere al funerale di re Carnevale: la sua bara viene accompagnata
dalla moglie, che piangendo ne descrive le virtù, e da un corteo di donne
che intonano canti raccapriccianti, interrotti da forti di urla. Alla fine
della processione si da fuoco alla bara o al fantoccio che rappresenta il
Carnevale.

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Disegna le Maschere
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